Daniela Mondardo
Psicologa, specializzata in orientamento
In un periodo già complesso come può essere quelle della preadolescenza, arriva in tutte le famiglie quel momento difficile in cui il peso di una scelta cala su tutti, genitori e figli: la scelta della scuola superiore. C’è da dire che questo è un dramma del tutto italiano che, a seguito di una serie di riforme scolastiche, ha creato uno spartiacque precoce nel mondo della scuola, costringendo ragazze e ragazzi in tenera età — e con ben altri grilli per la testa — a scegliere cosa fare da grandi prima ancora di aver smesso di essere del tutto bambini.
Senza rischiare di cadere in un allarmismo esagerato, si può senz’altro dire che è una scelta complessa, di fronte alla quale famiglie, ragazze e ragazzi si trovano spesso un po’ soli. Nella mia esperienza di oltre dieci anni in questo ambito, ho incontrato queste persone e ho ascoltato i loro dubbi, le loro paure e le loro preoccupazioni. Molto spesso, infatti, lo sguardo va ben oltre la scuola, proiettato direttamente verso il mercato del lavoro e a “cosa farà da grande” quell’esserino silenzioso, con le braccia spesso troppo lunghe e la testa carica di dubbi che ci troviamo davanti.
E questo, secondo me, è uno dei primi miti da sfatare: il compito primario della scuola non è preparare per il mercato del lavoro, bensì accompagnarli a diventarli adulti, fornendo loro gli strumenti necessari a sviluppare un pensiero critico, necessario a muoversi nella società con autonomia e consapevolezza. Ragionare partendo da questo punto di vista aiuta alla scelta.
Prendiamo Sara*, ad esempio: una ragazza brillante, coscienziosa e studiosa, che nel suo percorso delle scuole medie non ha avuto problemi particolari, faceva tutti i compiti senza sforzo e prendeva bei voti. Tuttavia, come tante altre, al solo pensiero di che scuola scegliere si riempiva di dubbi e d’ansia; insomma, la stava vivendo proprio male. Da casa arrivavano grandi aspettative, per quanto non chiare ed esplicite. – Lo so, lo fate con amore quando dite ai vostri figli: «Potete fare quello che volete, scegliete voi perché poi la scuola la farete voi», ma in fondo il messaggio reale, quello che pensate davvero, passa comunque, in un modo o nell’altro, e influenza la scelta. Quello che faccio, a quel punto, è prendere la matassa e iniziare a sbrogliarla. – Sara non si sentiva all’altezza di un liceo; desiderava poter vivere la scuola con più leggerezza, godersi gli anni più belli, ma era consapevole che per la sua famiglia studiare conta, e che l’avrebbero voluta felice, sì, ma anche in una posizione di agio economico e lavorativo. Con lei ho ritenuto necessario approfondire i concetti, sviscerare le paure e districare le aspettative, con l’obiettivo di rendere tutto chiaro e trasparente per quanto possibile, così da darle la possibilità di rendere chiaro quello che quella scelta avrebbe comportato: cinque anni di dedizione a un percorso che doveva essere alla sua portata. Sara è così riuscita a ritrovare la serenità e ha sentito di poter fare la sua scelta in modo consapevole.
Eva*, invece, l’ho incontrata alla fine del primo anno di superiori, ammaccata dallo studio e schiacciata dalla pressione. La sua scelta era stata motivata dal prestigio del liceo e dalle prospettive future: ancora una volta, lo sguardo fisso nel Palantír alla ricerca di una realtà non ancora avvenuta. Eva, però, ha altri valori: per lei non è importante essere la prima, non è vitale avere tutto. E’ brava, studia, si dedica ed è capace di fare molto, ma in quel contesto ha rischiato di sparire, di sentirsi l’ultima e di credere di non potercela fare. Abbiamo lavorato molto su questi valori, sul senso dello studio, sul significato del nome della scuola e del percorso. Alla fine, Eva ha scelto di cambiare. Lo ha fatto con serenità e consapevolezza, perché ha riconosciuto il proprio potenziale e compreso l’incongruenza con la strada che stava percorrendo.
Anche Samir* si trovava in una situazione simile. I suoi genitori, persone semplici e grandi lavoratori, speravano che il figlio facesse un passo in più ed andasse in un istituto tecnico, con la speranza che la scuola gli mettesse in testa quelle cose che servono per diventare “qualcuno”. Samir, però, ha rischiato grosso: non riusciva a stare al passo con gli altri, accumulava lacune e ha iniziato ad andare a scuola solo per scaldare il banco, fino a mettere in dubbio il valore stesso dell’istruzione.
Con lui abbiamo riflettuto sulle sue prospettive future al netto di un diploma, ma anche sul valore del momento presente: dove si trovano tutti i ragazzi di quindici o sedici anni? A scuola, e per un motivo preciso: perché la scuola è un luogo protetto, dove mettere alla prova la capacità di stare insieme a persone che non condividono i nostri stessi valori, un posto che ci chiede molto ma dove, in un modo o nell’altro, possiamo sbagliare ed uscirne interi. Samir ha trovato una scuola più alla sua misura: quel tanto che basta per spingerlo a impegnarsi ad andarci ogni giorno, almeno per un altro paio d’anni. Fino a quando, più maturo e con una qualifica in tasca, potrà decidere davvero cosa fare da grande.
Sei genitori si sentono in difficoltà ad aiutare i propri figli, è del tutto normale, la scelta della scuola superiore è uno dei passaggi più complessi nella vita di un giovane, e i genitori sono coinvolti tanto quanto i ragazzi in questa complessità. Uno sguardo esterno serve a districare i dubbi, chiarire le idee, fare riflettere, tutte azioni necessarie a una scelta consapevole.
Questo è il contributo che la mia professione può dare nel percorso di una giovane persona ed è quello che da senso al mio lavoro.
* I nomi sono di fantasia.













