Francesca Benetti
Counselor e formatrice
<<Che cosa vuoi fare?>>
Questa domanda ci viene spesso posta quando siamo adolescenti, magari con l’aggiunta di un “da grande”: due parole magiche che sanno aprire scenari di possibilità e orizzonti, che a volte fanno brillare gli occhi di gioia e altre spaventano e rendono confusi. Se fino ad alcuni decenni fa la strada intrapresa da giovani era abbastanza definitiva, negli ultimi anni sono sempre più diffusi il bisogno e il desiderio di porsi questa domanda anche durante il percorso, per fare ordine fra le tante esperienze professionali e di vita e ripensare le proprie scelte.
In questo senso, il bisogno di fermarsi e riflettere sul proprio percorso professionale nasce soprattutto dalle nuove condizioni del mondo del lavoro, che a fianco di aspettative sociali rimaste ancorate all’idea di “lavoro sicuro” e di “posto fisso”, propone invece contratti brevi che portano ad una professionalità fluida e a sentimenti di precarietà lavorativa e incertezza esistenziale. Nell’ambito della sociologia del lavoro, il concetto di “professionalità fluida” (strettamente legato alla “modernità liquida” teorizzata da Zygmunt Bauman) descrive la profonda trasformazione dell’identità lavorativa odierna. Oggi il lavoratore e la lavoratrice non si definiscono più attraverso un’unica professione stabile nel tempo, da cui derivano competenze riconoscibili e sempre più approfondite, ma si trovano ad affrontare l’impresa di sviluppare un’identità all’interno di queste dinamiche frammentate e di queste richieste di flessibilità e adattabilità. Le competenze professionali sono allora in costante riconfigurazione e hanno spesso bisogno di essere guardate con occhi nuovi, per essere ripensate e tessute in modo differente.
Nello stesso scenario fluido e precario trova le giuste condizioni per svilupparsi anche un atteggiamento molto diverso, e per certi versi complementare, ovvero quello di un forte desiderio di non fermarsi alla prima risposta data alla domanda iniziale <<che cosa voglio fare?>> e di trovare il coraggio di scegliere di cambiare strada anche durante il percorso. La ricerca è proprio quella di un posto che magari non è fisso, o almeno non immediatamente, ma che risuona dentro di noi come il luogo giusto per esprimere le proprie potenzialità e, perché no, contribuire in modo positivo al mondo in cui viviamo.
In entrambi i casi, sia che si tratti di bisogno che di desiderio, il lavoro di scegliere è per certi versi molto simile e le pratiche che lo accompagnano hanno il proprio “cuore” nel coltivare un atteggiamento pensoso rispetto a ciò che si è vissuto, spesso in modo frenetico e senza aver modo di sentire con calma quali sentimenti e pensieri si muovevano dentro di noi rispetto alle diverse situazioni. Un altro elemento molto importante di un percorso di orientamento è quello di riconoscere e valorizzare le capacità apprese in ambiti anche diversi e non strettamente formali. Il passo successivo è quello di ricucire insieme questi fili con pazienza e fiducia, fino a che non si comincia ad intravedere una nuova figura, in cui potersi riconoscere. Alle volte ci troveremo ad avere a che fare con competenze completamente nuove, perché imparate di recente sul lavoro o in un corso di formazione, molte altre invece queste capacità saranno capacità “rinnovate” perché osservate con uno sguardo nuovo. Parallelamente un’attenzione molto particolare viene date al mondo dei valori personali, in modo da poter intraprendere una ricerca professionale che sia consapevole delle necessità e delle condizioni oggettive del mondo del lavoro, ma che sia anche in ascolto di ciò che ha senso per noi, quella scintilla che ci fa mettere in gioco.
Mi sembra importante, prima di concludere, far emergere anche un’altra possibilità data dall’orientamento inteso in questo modo, cioè come un percorso “cucito su misura”, in cui ci si prende il tempo di riflettere su sé stessi/e e sulle proprie scelte, in relazione al mondo fuori e dentro di noi, affiancati da un professionista, e non come un insieme di strumenti veloci ed efficaci per individuare il percorso di formazione o il lavoro più adatto alle proprie capacità e aspirazioni. Esiste, infatti, una dimensione dell’orientamento che precede la scelta e che riguarda il modo in cui ciascuno/a di noi comprende la propria esperienza, riconosce ciò che ha valore e immagine il proprio futuro e quello del mondo in cui viviamo. E’ in questo spazio che le pratiche filosofiche possono offrire un contributo originale all’interno del mondo dell’orientamento. Non perché la filosofia possieda risposte migliori, ma perché da sempre si esercita nell’arte di interrogare ciò che sembra ovvio, coltivando la capacità di sostare nelle domande, anche quando questo comporti di non conoscere subito la risposta, e di guardare le cose da prospettive differenti e plurali.
Ma quali sono gli effetti di questa iperprogrammazione? Innanzitutto la mancanza di tempo libero, destrutturato, nel quale lasciare spazio alla creatività e alla sperimentazione sta privando i bambini e le bambine di esperienze fondamentali per la crescita, con conseguenze che si manifestano su differenti piani.
Sul piano emotivo la mancanza di sperimentazione reale, con la presenza costante di un adulto che funge da filtro, non permette ai bambini di conoscersi, comprendere, filtrare e imparare a gestire le emozioni negative come rabbia e frustrazione. Inoltre l’eccesso di attività strutturate genera livelli significativi di stress nei bambini. La pressione costante di dover passare da un’attività all’altra, rispettando orari e aspettative, può portare a manifestazioni di ansia precoce e sensazioni di inadeguatezza. I bambini e le bambine si trovano spesso a dover gestire un carico di impegni paragonabile a quello di un adulto, senza avere gli strumenti emotivi per farlo.
Sul versante delle relazioni sociali, l’assenza di tempo libero non strutturato limita drasticamente le opportunità di sviluppare competenze sociali spontanee. Nei momenti di gioco libero, i bambini imparano naturalmente a negoziare, a gestire i conflitti, a creare alleanze e a comprendere le dinamiche sociali; “il gioco libero è il modo in cui i bambini imparano ciò che nessuno può insegnare loro”. Quando ogni interazione è mediata da un adulto o strutturata secondo regole prestabilite, queste capacità non hanno modo di svilupparsi adeguatamente.
L’iper organizzazione ha un effetto negativo anche sulle autonomie: i bambini e le bambine faticano ad imparare a gestirsi e a prendere decisioni in modo autonomo, con effetti negativi sulle capacità di gestione del tempo, decisionali e di problem solving. I bambini imparano a stare in un contesto in cui un adulto dice sempre loro cosa fare, organizza il tempo minuto per minuto senza abituarsi alla noia e alla lentezza utili per lo sviluppo della creatività e dell’attesa.
Anche lo sviluppo motorio ne risente: il gioco libero all’aperto, con la sua imprevedibilità e varietà di movimenti, viene sostituito da attività sportive strutturate che, per quanto benefiche, non possono replicare la ricchezza di esperienze motorie e scoperta che il gioco spontaneo offre.
Sul piano cognitivo, l’iperstimolazione costante può paradossalmente portare a una diminuzione della capacità di concentrazione. I bambini abituati a cambiare continuamente attività tendono a sviluppare difficoltà nel mantenere l’attenzione su un singolo compito per periodi prolungati. Manifestano un continuo bisogno di stimoli non abituandosi a “stare” sulle cose e sulle situazioni:
Le istituzioni educative si trovano così in una posizione delicata: da un lato devono rispondere alle esigenze delle famiglie per rimanere competitive nel mercato educativo, dall’altro hanno la responsabilità di preservare spazi di libertà e spontaneità essenziali per un sano sviluppo infantile. La sfida sta nel trovare un equilibrio tra questi due aspetti, proponendo un’offerta formativa che, pur essendo strutturata e ricca di stimoli, non soffochi la naturale propensione dei bambini all’esplorazione e al gioco libero. Inoltre un’offerta che non rappresenti un contenitore prestabilito nel quale inserire i più piccoli ma uno spazio costruito intorno, per e insieme a loro. Uno spazio nel quale la cura abbia un ruolo prioritario e centrale.
La scelta di distinguersi dal modello dominante dell’iperprogrammazione non è un salto nel vuoto, ma una posizione pedagogica precisa e consapevole attraverso la quale si sceglie di mettere al centro il bambino e la bambina in un contesto sociale dove l’efficienza e la prestazione sembrano essere gli unici parametri di valore. Questo significa avere il coraggio di rallentare quando tutti corrono, di creare spazi di libertà quando altri riempiono ogni minuto, di ascoltare invece di dirigere. Non è una scelta facile: richiede di resistere alle pressioni esterne, di spiegare e rispiegare ai genitori il valore del tempo lento, di sopportare lo scetticismo di chi misura la qualità educativa dal numero di attività offerte.
Una scelta non facile ma necessaria, se vogliamo educare bambini capaci di affrontare le sfide del futuro con equilibrio e consapevolezza di sé. Una scelta che va condivisa, narrata e spiegata in un dialogo costante con le famiglie e la comunità, aspirando a cambiare la prospettiva dal “Cosa hai fatto oggi” al “Come ti sei sentito oggi”.
¹Millet Eva, Ipergenitori, Edizioni Terra Santa, 2018
²Lancini Matteo, “L’età tardiva”, Raffaello Cortina Editore, 2019
³ J.S.Bruner, Il pensiero. Strategie e categorie, Armando, 1956













